Fintech vs. banking tradizionale: sfida o opportunità di cooperazione?

//Fintech vs. banking tradizionale: sfida o opportunità di cooperazione?

 

Negli ultimi anni il mondo della finanza e quello bancario sono stati protagonisti di strabilianti sviluppi tecnologici, soprattutto grazie all’avanzamento di nuove tecnologie.

Nel dettaglio, i settori che beneficiano di questo boost innovativo vanno dalla gestione dei pagamenti elettronici sino al settore dell’home banking, passando per le realtà assicurative.

Il comparto più promettente è sicuramente quello del payment che, se da un lato lascia ben sperare quanto a innovazione e versatilità dei nuovi sistemi di pagamento, entra a gamba tesa nel settore tradizionalmente afferente alle banche. In merito, la società di consulenza PwC, ha intervistato più di 1300 aziende in oltre 70 paesi. Dal sondaggio emerge che in Italia più dell’80% delle banche esprime preoccupazione per lo sviluppo del fintech. Inoltre, negli anni a venire, quasi un quarto dei ricavi del settore bancario su scala mondiale devierà convergendo sulle aziende hi-tech.

La paura degli istituti di credito trova riscontro evidente nella quasi imminente adozione nei paesi europei della direttiva Psd2. Tra le tante novità apportate da quest’ultima, si contempla la possibilità di autorizzare soggetti terzi (quindi di natura extra-bancaria) a fornire e gestire sistemi di pagamento elettronici. Lo stesso soggetto esterno diventerebbe così il titolare del rapporto con il cliente e, potenzialmente, potrebbe finanche offrire servizi collaterali andando quindi a sottrarre ‘sostanze’ al comparto bancario, già in calo per la crisi della raccolta commissioni. fintech fintech fintech fintech fintech fintech fintech

 

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È doveroso sottolineare il fatto che in Italia non c’è la competitività che coinvolge altri paesi anche a causa del fatto che i settori della finanza, delle transazioni e degli investimenti, sono rigidamente regolati e quindi sono richiesti requisiti stringenti per poter operare in tali ambiti, soprattutto se pensiamo a prodotti che coinvolgano il retail.

Interessante un confronto con l’Inghilterra, la quale ha concepito un sistema versatile ed efficace attraverso il quale l’FCA (ente inglese omologo della nostra CONSOB), facilita l’ottenimento delle licenze per le start-up addirittura consentendo alle aziende di operare liberamente in una ‘sandbox’ per un periodo di tempo ristretto (dai tre ai sei mesi), durante il quale restano controllate dalle autorità le quali obbligano l’azienda ad un regime di utenza limitato al fine di capire effettivamente quale sia l’autorizzazione più adatta al tipo di attività praticata.

Proprio tenendo in considerazione queste valutazioni e guardando la disciplina economica in casa Italia, se da un lato il nostro paese è sì stato il primo stato europeo a dotarsi di legislazione in settori ‘pioneristici’ del financing (es. il crowdfunding), dall’altro canto va evidenziata la scarsa resilienza e capacità di adattamento di cui è dotato il nostro paese nell’ambito della valutazione e regolamentazione di nuove materie e concept economici innovativi finendo per incasellare incessantemente nuovi modelli di tecnologie legate al business schemi di finanza tradizionale. Un freno che di certo non accelera la ‘locomotiva’ Italia.

Altro settore interessante è quello dei robo-advisors. Servizi digitali che di fatto forniscono consulenza finanziaria online in modo pressoché automatico grazie ad efficaci algoritmi. I robo advisors sono in grado di classificare un cliente definendo il profilo di rischio, pianificare la strategia di investimento fornendo strategie di asset allocation personalizzate, condurre il cliente all’obiettivo di guadagno ribilanciando il portafoglio quando dovuto. L’avvento dei robo-advisors sta addirittura ridisegnando la definizione del concetto stesso di risparmio gestito, sconfinando ed insidiando in più casi con la mission del mero settore bancario.

Ma com’è in Italia la percezione di questo settore e soprattutto in quali termini avviene il confronto human-robo advisor? Da un’indagine condotta nell’Aprile del 2015 da PwC emerge quanto segue:

  • il 29% degli intervistati non ha mai sentito la parola Robo-Advisor; e solo il 3,8% si ritiene molto informato sul tema;
  • il 96% dei consulenti coinvolti ritiene che meno di 1/10 dei propri clienti utilizzi già una piattaforma di Robo-Advisory;
  • il 72% dei rispondenti pensa che la capacità di creare un rapporto di fiducia stabile e duraturo sia la più importante caratteristica relazionale del consulente;
  • il 63% del campione pensa che un Robo-Advisor non possa performare meglio di un consulente in termini di rendimento;
  • 4 consulenti su 10 ritengono che gli Advisor robotici possano sottrarre solo marginalmente quote di clientela;
  • il 43% dei consulenti ritiene che la piattaforma virtuale possa essere uno strumento utile per trarre spunto nelle scelte di investimento;
  • il 70,8% considera l’Advisor robotico come un possibile supporto, mentre il 29,2% lo considera poco, parzialmente o per niente utile;
  • il 51% degli intervistati pensa che il consulente robotico non sia comunque in grado di diminuire l’emotività nelle scelte di investimento.

 

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Ciò detto, se lo scenario di qualche tempo fa era a tratti deludente, in Italia sono nate negli ultimi anni diverse startup in questo campo. Per citarne una su tutte, MoneyFarm, robo advisor del risparmio gestito, ha chiuso nel 2015 un round da 16 milioni di euro, cifra più alta per una startup italiana. In aggiunta, altri 7 milioni di euro sono stati investiti in MoneyFarm da Allianz Se.

La sfida, dunque, tra il banking tradizionale (e quindi dei suoi servizi collaterali) ed il fintech è solo all’inizio.

Punto centrale sarà capire quali saranno i metodi di autoprotezione dei colossi bancari e percepire quanto e se eventuali strategie di collaborazione e/o di acquisizione delle aziende del comparto fintech saranno profittevoli per gli istituti di credito.

Avv. Stefano Rossi

Partner Studio RBM